martedì 30 agosto 2011

La danza delle belle di notte

"Beautiful Thing", di Sonia Faleiro
INDIA - Il mondo torbido e molto poco sensuale delle danzatrici dei locali notturni (dance-bar) di Mumbai (Bombay) - da poco messi fuori legge dal governo dello Stato del Maharashtra - raccontato in un eccezionale libro-reportage, con la grazia spietata e la sensibilità che spesso solo una scrittrice donna può avere per questi argomenti. Parliamo di “Beautiful Thing”, l’ultima opera della giovane giornalista e autrice Sonia Faleiro, pubblicato in India nel 2010 e finalmente arrivato - da pochi giorni - anche nelle librerie europee (in Gran Bretagna, per il momento). Il volume, una devastante autopsia del corpaccione ipocrita della morale pubblica indiana, nasce dall’incontro di Sonia, donna colta della vibrante classe medio-alta indiana, con la teenager Leela, povera entraîneuse semi-analfabeta di uno dei tanti sordidi bar della notte di Mumbai, dove il confine tra spettacolo, voyeurismo e prostituzione era (è) tanto labile quanto le credenziali democratiche di questo immenso Paese-continente. Il racconto comincia nel 2005 nella stanza da letto di Leela, dove le due donne iniziano una conversazione sulla vita e sul “mestiere” che le porterà a svelare ai lettori tutto quello che ruota intorno alle esistenze di queste danzatrici, i sogni d’arte, il commercio, la violenza, le umiliazioni da parte di protettori, clienti e poliziotti. Questo primo incontro di Leela con la scrittrice è molto intimo, fin dalle prime battute, ma non è per nulla privato: accanto a loro, infatti, pesantemente addormentato nel letto della prostituta-ballerina, c’è uno dei tanti “kustomer” (clienti) della ragazza. “Beautiful Thing”, attraverso le vicende di Leela e delle sue sorelle (spesso anche hijra, uomini transgender), ci porterà a “vivere” le notti, gli incontri nei locali di Mumbai, dove la danza - spesso solo uno schermo per la professione più antica del mondo - viene vissuta dalle ballerine come momento di riscatto dagli abusi subiti nei villaggi rurali dai quali quasi tutte sono fuggite per cercare un’illusione di notorietà e di ricchezza nella megalopoli. Fino all’epilogo della “liberazione” per legge, con la chiusura dei bar-postribolo, che rigetta sulla strada le ragazze, trovatesi improvvisamente indipendenti ma esposte più di prima ai ricatti del mondo (maschile). Ricco di dettagli, e scritto in un linguaggio che rispecchia la neolingua inglese parlata nei bassifondi di Mumbai (“bijniss” per business; “hensum” per handsome, per fare qualche esempio), il libro apre una finestra sconvolgente (per noi occidentali e per chi, tra noi, non abbia visitato questi luoghi o ancora letto altri esempi di letteratura dei bassifondi indiana) su uno dei mille mestieri della “grande fiera segreta” del sesso dell’India. Quest’ultima fatica di Sonia Faleiro (che aveva già contributo con i suoi reportage all’antologia “AIDS Sutra”) è stata accolta dalla critica britannica (ma anche dal New York Times e dal Wall Street Journal) con lodi sperticate e sicuramente meritate.

lunedì 29 agosto 2011

Auguri e figlie femmine

Apple e Thomas, spose felici
MALAYSIA - In un Paese multi-etnico e multi-culturale come la Malaysia non è difficile trovare storie che contraddicono l’immagine conservatrice e moralista preferita dalle autorità al potere (da sempre). Il caso del matrimonio omosessuale del pastore cristiano Ou Yang Wen Feng, le cui pubblicizzatissime nozze (a New York) sono imminenti, non è isolato. Altre due persone, donne questa volta, della folta comunità cinese-malese sono finite in questi giorni sulle pagine dei giornali per una storia d’amore non convenzionale. Si chiamano “Apple” e “Thomas” (gli appellativi che si sono scelte, non sappiamo quali siano i loro veri nomi cinesi) sono due ragazze lesbiche di 27 e 29 anni, che lavorano come ‘property brokers’ nel distretto meridionale di Batu Pahat, non lontano dal confine con Singapore. Le giovani, coppia innamoratissima e felice ormai da due anni, hanno deciso recentemente di fare, anche loro, il grande passo e di “sposarsi”, formalizzando il loro sogno di felicità. Matrimonio non legale, perché la Malaysia a maggioranza musulmana aborre questo tipo di unioni, e nondimeno benedetto da un prete taoista, in una cerimonia tenuta di fronte a un folto gruppo di amici e parenti. Per nulla intimorite dalla riprovazione - immaginiamo - degli anziani della loro stessa comunità (per non parlare delle autorità), Apple e Thomas hanno fatto tutto in pubblico, sfidando la morale comune e le possibili ripercussioni legali e perfino politiche del loro gesto, arrivando ad aprire una pagina di Facebook dedicata alla propria unione. Nel loro spazio (vedi link nella colonna a sinistra) hanno subito postato un album (intitolato "Le lesbiche più felici") con le foto della cerimonia, celebrata nello stile più classico e - se vogliamo - conservatore preferito da quasi tutti gli altri giovani cinesi-malesi eterosessuali: abiti bianchi (lungo e col velo per Apple, giacca, pantaloni, orchidea all'occhiello, per Thomas), preghiere al tempio, cerimonia cinese del té, inchini ai genitori e omaggio alle immagini votive degli antenati scomparsi. Il tutto coronato, come si conviene, da un bel rinfresco, dal lancio del bouquet e dalla fuga finale delle due sposine su un bel macchinone nero addobbato con fiocchi e decorazioni floreali. Entusiastiche le reazioni dei fans vecchi e nuovi della coppia, che in pochi giorni si sono iscritti a migliaia (9.880 al momento di pubblicare questo Post) alla loro pagina sul più famoso social network globale. In prima fila altre lesbiche malesi, soprattutto di etnia cinese, ma molti anche gli auguri di giovani eterosessuali e di altre etnie e nazionalità. Tra i commenti, la parola “invidia”, una delle più ripetute, e i sospiri di molte ragazze che non hanno ancora avuto i mezzi, la possibilità o il coraggio di seguire la stessa strada (ancora molto in salita e perigliosa, in Asia come altrove).

domenica 28 agosto 2011

Il Parco dell'Amore di Jeju

Una scultura "interattiva" di Loveland
COREA DEL SUD - Un altro Paese asiatico dove l’amore e il sesso - intesi come momenti gioiosi e anche di gioco - stanno rapidamente perdendo l’aura negativa di argomenti imbarazzanti o decisamente tabù, è la Corea del Sud (in quella del Nord il sesso ricreativo, la pornografia e il concubinaggio sembra siano riservati al solo dittatore Kim Yong Il e alla sua Corte, mentre per il Popolo vige ancora una durissima morale oscurantista). Il Paese si è aperto solo nell’ultimo decennio alla marea globalizzata del libertinismo pubblico ma molte dighe sono crollate rapidamente, a cominciare - come sempre - dal campo musicale e artistico. Mentre fino a pochi anni fa baciarsi in pubblico era ancora considerato un reato contro la decenza e la Polizia girava per le strade di Seoul a misurare con il righello la lunghezza delle gonne delle ragazze, oggi i gruppi pop femminili sudcoreani dettano legge in tutta l’Asia, con videoclip e concerti ad altissimo tasso erotico. Uno dei simboli di questo inarrestabile “declino dei costumi” è senza dubbio Loveland, il primo parco artistico dedicato esplicitamente al tema del sesso, con un approccio che definire ironico e irriverente ci sembrerebbe riduttivo. La location - l’isola meridionale di Jeju - non è esattamente di mano anche per chi viva in Corea, ma un moderno aeroporto, che la collega a Seoul e ad alcuni scali internazionali, permette agli interessati (molti) di raggiungere facilmente questo sorprendente monumento alla lussuria. Una scelta, quella di Jeju, che onora in qualche modo una tradizione dell’isola, luogo remoto e discreto dal clima piacevole e temperato, da sempre preferito dalle giovani coppie di sposi coreani per trascorrere la luna di miele e consumare la prima notte di nozze in un clima rilassante e dove, per “aiutarle a rompere il ghiaccio”, i proprietari degli alberghi locali sono soliti organizzare piccoli spettacoli erotici d’incoraggiamento, che in molti casi fungono anche da rapidi corsi di iniziazione sessuale per i meno preparati (la Corea del Sud ha il tasso di fertilità più basso tra i Paesi OCSE). Il parco-museo, inaugurato nel 2004 su un’estensione di quasi 40 mila metri quadrati di prati alberati, ospita un’esibizione (!) permanente, all’aperto, di 100 sculture (anche "interattive") di organi sessuali e di uomini e donne in ritratti da soli o nel corso di amplessi, in pose erotiche o comunque nude-look, e altre 40 statue esposte (!!) in una capiente e moderna galleria coperta, sede anche di mostre temporanee sul tema. Il “tema” essendo, appunto, il sesso tra umani (ma ci sono anche alcune rappresentazioni, ironiche, di amore o "nudità" animale e qualche accenno a creature mitologiche), sviluppato in quasi ogni suo aspetto, lasciando volutamente libero sfogo alla fantasia e alla perversione degli artisti. Aperto con il contributo iniziale di giovani laureati della prestigiosa accademia d’arte dell’Università di Hongik (Seoul), il parco-museo si è progressivamente arricchito anche di opere di artisti più famosi ed oggi vanta lo status di opera di interesse artistico e turistico di primo piano, figurando tra le destinazioni suggerite ai turisti stranieri dal serissimo Ente del Turismo della Corea del Sud. Presentato da un website coloratissimo come “il posto dove l’arte centrata sul sesso e l’erotismo si incontrano”, Loveland promette un’esperienza unica ai visitatori che vogliono “apprezzare la naturale bellezza della sessualità”. Perfetta, e politicamente corretta, l'organizzazione, che fornisce gratuitamente sedie a rotelle, offre rampe d’accesso per disabili e un piccolo nido per ospitare i bambini (il Parco è vietato ai minori di 18 anni) durante le visite dei genitori. Sconti sul prezzo del biglietto (5,7 euro) sono previsti per anziani e pensionati, che ogni anno affollano Loveland a migliaia, e sembrano divertirsi molto. Orari d’apertura molto larghi, dalle 9 del mattino alle 24 (le opere sono illuminate e ancora più “sensuali” nel buio). Ultima annotazione: le sculture si possono toccare.

sabato 27 agosto 2011

Krishna e il Terzo Sesso

La vincitrice del concorso "Miss Koovagam 2011"
INDIA - Il villaggio di Koovagam, nel Distretto di Lillupuram (Tamil Nadu) è considerato la capitale asiatica - e forse mondiale - dei transgender, di chi cioè non si identifica con il sesso (maschile o femminile) attribuitogli alla nascita sui documenti medici, dallo Stato Civile o dalla famiglia. In India, dove vive - mostrandosi pubblicamente - una numerosa popolazione del cosiddetto Terzo Sesso, le hijra, le differenze e “anomalie” di genere sono relativamente più tollerate che in altri Paesi del Continente (con le positive eccezioni delle Filippine e della Thailandia). Questa accettazione di fatto è addirittura riconosciuta per legge nel Tamil Nadu, lo Stato più progressivo e liberale in materia, dove nei censimenti si può dichiarare di essere maschi (M), femmine (F) o, appunto, transgender (T). E proprio in Tamil Nadu si tiene ogni anno il Festival di Koovagam, la più famosa manifestazione pubblica dell’orgoglio tansgender. Per 18 giorni, nel mese di aprile, questo piccolo e altrimenti anonimo centro rurale apre le sue porte alle hijra provenienti da tutto il Paese per un evento colorato e festoso, che trova le sue radici nelle leggenda epica hindu del Mahabarata e che celebra uno dei più famosi accoppiamenti (anche sessuali) tra un uomo e un dio, per l'occasione in versione transgender. Parliamo del mitico matrimonio del dio Krishna - in sembianze femminili - con il guerriero Aravaan che, destinato al sacrificio per ottenere l’agognata vittoria sui malefici Pandava, aveva richiesto, prima di morire, il privilegio di sposarsi e di consumare una notte d’amore. E proprio a ricordo di quest’unione “divina”, e in onore a Krishna, il culmine del Festival di Koovagam è rappresentato dal “matrimonio” collettivo e simbolico dei transgender con Aravaan, celebrato al tempio hindu di Koothandavar con la benedizione dei sacerdoti locali, e seguito da grandi festeggiamenti. Il Festival del Tamil Nadu - che oggigiorno si conclude con l'elezione di "Miss Koovagam" - offre a questa minoranza indiana, costretta spesso a prostituirsi per trovare mezzi di sostentamento, un’occasione pubblica per rafforzare i legami tra le varie “case” o comunità nelle quali le hijra vivono, unici luoghi di autodifesa, affetto, aiuto e solidarietà pratica. Spesso raccolte attorno a una “guru” (maestra, guida) - una di loro con più esperienza e più in avanti con l’età - le hijra negli ultimi anni hanno iniziato ad acquistare visibilità, coraggio e coscienza di sé, anche grazie all’aiuto di numerose organizzazioni della società civile, ONG e agenzie ONU che hanno dato vita a progetti per l’educazione e il sostegno materiale, soprattutto rivolti agli elementi più deboli come i bambini e i giovanissimi del terzo sesso che, respinti dalle famiglie ai primi “sintomi” di differenza, finiscono inevitabilmente per le strade a mendicare o a farsi sfruttare sessualmente da adulti senza scrupoli.

La carestia delle donne

Spose bambine in India
INDIA - Alcuni Stati dell’India soffrono di una particolare carestia, endemica ormai da molti anni. È una carestia per la quale la Natura non ha alcuna responsabilità e che vede l’Uomo (e soprattutto gli uomini, con la ‘u’ minuscola) portare per intero la colpa. Stiamo parlando della cosiddetta “carestia di spose”, la mancanza di donne in età da marito causata dalle scelte famigliari di molti indiani che preferiscono avere figli di sesso maschile. Questo pregiudizio di genere, nelle zone più povere è la causa di uno dei crimini più efferati ma socialmente tollerati in India, l’infanticidio delle bambine, mentre tra i ceti ricchi induce le coppie a rivolgersi sempre più spesso alle cliniche della fertilità per determinare il sesso (maschile) del nascituro. Il risultato di questa umana intrusione negli equilibri naturali è un cronico squilibrio nella proporzione donne/uomini, che nel Punjab (893 femmine ogni 1000 maschi) e nell’Haryana (877 contro 1000) raggiunge ormai livelli allarmanti. Le conseguenze si fanno sentire anche e soprattutto quando, nei villaggi e nei piccoli centri rurali, viene il tempo per i giovani uomini di trovare una compagna. Poiché non ci sono donne a sufficienza per tutti, i maschi di questi due Stati finiscono per procacciarsi le spose in altre regioni (i poverissimi - ma ben dotati di popolazione femminile - Assam, Orissa, Bengala Occidentale, Jharkhand e Bihar), tramite agenzie, amici o mediatori, che fanno della compravendita con le famiglie (povere) delle future mogli, un fruttuoso business. La prassi - siamo pur sempre in un Paese dove i matrimoni combinati sono una tradizione consolidata - non tiene ovviamente in alcuna considerazione sentimenti “irrilevanti” come l’Amore, e si risolve, appunto, in un accordo mercantile dove l’uomo retribuisce i genitori, rinunciando alla tradizionale dote e avendo in cambio “l’uso” esclusivo di una figlia, spesso giovanissima. E proprio di “uso” in molti casi si deve parlare, perché queste ragazze povere e comprate - che sono quasi sempre di una casta inferiore a quella dello sposo, parlano un’altra lingua e non hanno alcun legame culturale e affettivo con la società che le accoglie, e si ritrovano inevitabilmente nel doppio ruolo di moglie (intesa come oggetto sessuale e di riproduzione) e di donna delle pulizie, costretta a mille lavori domestici, spesso anche a favore della famiglia allargata del marito-padrone. “Sposarsi con una donna ‘importata’, dipende solo dal prezzo”, sostiene Rishi Kant della ONG Shakti Vahini. “I mariti sono disposti a pagare cifre varianti tra le 50 mila e le 300 mila rupie (da 750 a 4.500 euro), a seconda dell’età, dell’aspetto e, naturalmente, della verginità o meno della ragazza”. Non è raro, infine, che dopo alcuni anni di “servizio” queste donne “straniere” vengano ripudiate o vendute a un altro uomo, rendendo la loro vicenda ancora più tragica. Il traffico delle spose è uno dei segreti più noti della società indiana, ma nelle campagne (e in Parlamento) non si ama parlarne apertamente. I risultati di un recente studio condotto in 92 villaggi dell’Haryana - e pubblicato dal quotidiano The Hindu - ha rivelato che su 10 mila famiglie intervistate oltre 9 mila “mogli” provenivano da altri Stati. “In ogni villaggio ci sono almeno 50 ragazze comprate fuori dallo Stato” si legge nel rapporto finale. “Alcune sono giovanissime (fino a 13 anni) e solo una piccola percentuale è davvero trattata come moglie, mentre per le altre sarebbe più corretto parlare di vera e propria servitù femminile”.

venerdì 26 agosto 2011

Festa & Fertilità

Il Festival Kanamara Matsuri
GIAPPONE - Una società come quella giapponese, generalmente considerata altamente repressa, sul posto di lavoro, a scuola e tra le mura di casa, trova spesso sfogo e rifugio in momenti di eccesso e di liberazione, privata o collettiva, che contrastano non poco con l’immagine di compostezza del popolo del Sol Levante. Uno di questi rari eventi, poco conosciuti dal grande pubblico, è il festival di Kanamara Matsuri (letteralmente, il Dio-Grande-Pene-di-Ferro), celebrato ogni prima settimana di aprile nella città di Kawasaki. Un evento che gode di grande rispetto e considerazione da parte di uomini, donne, giovani e anziani della città, e che ogni anno vede la partecipazione di migliaia di persone venute anche da altre zone del Giappone, tra le quali, occasionalmente, anche molti sorpresissimi turisti stranieri. Contrariamente a quanto uno scettico osservatore occidentale potrebbe sospettare, il Kanamara Matsuri non è il prodotto pubblicitario di una qualche televisione in cerca di facile audience o di uno sponsor del fiorente business pornografico giapponese, ma rispecchia una serissima tradizione shintoista (la religione del 90% dei giapponesi), intesa a celebrare la Fertilità e che viene fatta risalire al 1600. L’evento ricorda infatti la cruda leggenda della battaglia di una ragazza contro un demone dai denti taglienti e acuminati che si era nascosto nella sua vagina e aveva ridotto a mal partito, uno dopo l’altro, i malcapitati uomini che la giovane aveva sposato. Per distruggere quella presenza malefica, la damigella si era allora rivolta a un fabbro, commissionandogli un grosso pene di ferro con il quale si era alla fine liberata di quell’ospite ostile e indesiderato. La manifestazione di Kawasaki, che dura un’intera settimana, ha un programma fitto di cerimonie, letture pubbliche, appassionati dibattiti, mercatini (sulle bancarelle, naturalmente, in vendita peni di legno di ogni foggia e dimensione) e distribuzione di cibarie “in tema” (molte le torte e gelati che ricordano le forme dell’organo maschile), e culmina in un grande corteo nelle strade addobbate di rosa, al seguito di una gigantesca riproduzione di un pene in pesante ferro nero, portata a spalla dai fedeli fino al tempio shintoista di Kanayama. Nonostante l’origine e l’impronta religiose della manifestazione, l’evento si arricchisce oggi anche di aspetti gioiosi, grazie all’iniziativa dei giovani della città, che aggiungono tocchi di fantasia e modernità portando in corteo anche statue “alternative”, di legno o cartapesta, tra le quali un grande pene rosa fabbricato dalle ragazze, che è diventato il vero simbolo della festa. Negli ultimi anni, il festival si è poi aperto anche a nuovi temi e significati, con la partecipazione di ONG e associazioni laiche che ne hanno fatto un’importante occasione per sensibilizzare la pubblica opinione sulla lotta all’HIV-AIDS e altre malattie a trasmissione sessuale e raccogliere fondi per la ricerca medica.

giovedì 25 agosto 2011

Ragazze, non perdete la testa...

Donne fermate dalla Polizia di Aceh
INDONESIA - La “regione speciale” di Aceh, all’estremo Nord dell’isola di Sumatra, non smette mai di fare notizia e di sorprendere l'opinione pubblica indonesiana. Segnata da un tragico passato recente - la guerriglia infinita degli indipendentisti musulmani e il devastante tsunami del 2004 - Aceh vive da qualche anno una precaria pace interna, grazie alla larga autonomia concessa dal Governo di Jakarta all’indomani del maremoto, che ha convinto i ribelli a deporre le armi. Prezzo pagato dal Potere Centrale, l’accettazione della Legge Islamica (Sharia) per regolamentare a livello locale una serie di “violazioni” in possibile contrasto con la prevalente tradizione musulmana del territorio. Grazie alla sostanziale non-interferenza delle più laiche autorità nazionali, il Parlamento locale in questi ultimi anni ha progressivamente accentuato un'ampia serie di restrizioni alla morale pubblica, istituendo una polizia speciale (Wilayatul Hisbah) incaricata di sorvegliare e reprimere comportamenti individuali o collettivi giudicati “licenziosi”, reintroducendo la pratica della fustigazione in pubblico e rafforzando il potere dei consigli di villaggio a forte impronta islamica. In questo clima da perenne guerra santa contro i costumi “modernisti” e anti-islamici”, non passa dunque mese senza che la stampa indonesiana riporti qualche exploit della “Polizia della Morale”, spesso accusata - soprattutto dai giovani e dalle donne - di comportamenti violenti e di abusare dei propri poteri con mano particolarmente pesante. Clamoroso il caso, nel 2010 della campagna per imporre l’uso di gonne lunghe alle donne, con i poliziotti della Sharia dispiegati nelle strade per fermare tutte le passanti sorprese a vestire in pantaloni, obbligandole a cambiarsi con gonne fornite dal Governo locale (20 mila, secondo le stime ufficiali). Ha perciò destato qualche sorpresa la relativa clemenza mostrata nei giorni scorsi dalle autorità verso due giovani donne lesbiche, arrestate per avere contratto matrimonio, falsificando le generalità di una di loro (presentatasi di fronte al prete islamico con nome e sembianze da uomo). Le ragazze, Nuraini di 21 anni (la “moglie”) e Rinto, 25, (vero nome Rohani, nei panni del “marito”) sono state scoperte solo dopo qualche mese, nel villaggio dove si erano stabilite, e portate in prigione. Il caso è sembrato subito alle autorità alquanto difficile da maneggiare perché il Qanun, che regolamenta l’applicazione della Legge Islamica di Aceh, non prescrive ancora chiaramente una punizione per il “reato di lesbismo”. Dopo tre giorni in cella, le giovani sono state rilasciate, non prima però di avere firmato - di fronte ai leader religiosi - l’impegno a lasciarsi e a non vedersi mai più, e quindi affidate ai rispettivi genitori. Spiegando la decisione, il Capo della Polizia del Distretto di Aceh SudOccidentale, Muddasir, ha dichiarato alla stampa di avere personalmente raccomandato agli anziani del villaggio “di non picchiarle, perché le ragazze hanno promesso di pentirsi dei loro peccati. I leader locali si sono presi l’impegno di impedirgli di rivedersi. Le controlleranno e le guideranno. Naturalmente” ha concluso Muddasir, “loro hanno accettato subito altrimenti probabilmente le avremmo dovute decapitare, perché quello che hanno fatto è decisamente vietato dall’Islam”.

Due cuori e una copertina (rosa)


Copertine della Precious Heart Romances 
FILIPPINE - Leggere romanzi apre la mente e il cuore a mondi meravigliosi, ma può ovviamente servire semplicemente a rilassarsi, a passare il tempo e a farsi compagnia da soli. Nelle Filippine, leggere romanzi - d’amore - aiuta anche a dimenticare la povertà, a trovare la motivazione per continuare a vivere e, perfino, ad imparare, o re-imparare, la propria lingua. Un’istituzione del genere è il colosso editoriale Precious Hearts Romances, con la omonima collana, la versione locale di Harmony o dei romanzetti di Mills and Boon, che pubblica brevi (128 pagine massimo) novelle, dense di intrecci amorosi popolarissime tra i filippini dei ceti medi e poveri, per le trame avvincenti, la facilità di lettura e per il prezzo di vendita volutamente tenuto bassissimo (70 centesimi di euro). Gli autori sono spesso scrittori non professionisti, casalinghe, studenti, impiegati con la necessità di arrotondare lo stipendio, i più prolifici dei quali in media producono un romanzo d’amore in 4 settimane. Ogni titolo ha una tiratura iniziale garantita di 5 mila copie. “Roba da far morire d’invidia gli scrittori seri che, se vendono 1.000 copie, sono contenti...”, per citare le parole di  Maia Jose, con Martha Cecilia, Tara FT Sering e Rose Tan una delle “Liala” più prolifiche e amate dai filippini. Gli autori rosa sono spesso gente qualunque, anonima (solo pochi, i più bravi, diventano famosi) che non spera certo di farsi ricca (il compenso medio per un autore è di 100 euro a titolo) ma con la capacità di raccontare su carta storie di gente come loro, in un linguaggio semplice, parlato dal filippino della strada e delle baraccopoli, senza fronzoli o inutili invenzioni semantiche. Poche parole chiave, sempre le stesse: tanto Amore, molti Baci, pochissimo o niente Sesso, semplicemente ammiccato e in ogni caso sempre e solo tra un uomo e una donna, meglio se fidanzati o già sposati. Vietati, in nome del rispetto della sensibilità cattolica, tradimenti, relazioni extra-coniugali, avventure di una notte e immoralità del genere. Impensabile scrivere di aborto, divorzio e omosessualità o altre innominabili barbarie, peraltro ancora illegali nelle Filippine, dove la Chiesa Cattolica ha lo stesso potere e più influenza dello Stato, soprattutto tra le classi povere. Il pubblico più fedele di questa famosissima collana di romanzi rosa è fatto, appunto, in maggioranza di filippini poveri o poverissimi, lavoratrici domestiche, casalinghe, disoccupati, che leggono per dimenticare le proprie vite sfortunate e per sognare un riscatto che forse mai verrà. Tra loro, anche moltissimi dei nove milioni di filippini emigrati per trovare lavoro all’estero, che si fanno mandare i romanzi da casa e se li passano di mano in mano. Secondo Dennis Gonzalez, presidente del Centro Nazionale per lo Sviluppo del Libro, i romanzi rosa costituiscono uno strumento importante per interessare queste categorie di persone alla lettura (solo il 22% dei filippini legge almeno un libro all’anno) ampliare la conoscenza della lingua nazionale (Tagalog) e combattere l’analfabetismo di ritorno che colpisce molti dopo l’abbandono della scuola. "Meglio leggere questi librini, che passare il tempo incollati alla TV o a scambiarsi sms...". Alcune serie più fortunate della Collana, come “Bud Brothers” di Rose Tan, sono diventati piccoli o grandi casi editoriali, arrivando a vendere oltre 15 mila copie delle prime edizioni, e sono assurte agli onori della televisione (il popolare canale ABS-CBN), che le ha trasformate in seguitissime telenovelas. Un destino e una fama che mai toccheranno ai primi timidi tentativi di letteratura soft-porno filippina, come la semi-clandestina serie Literotika, che negli ultimi dieci anni è riuscita a pubblicare solo quattro romanzi, mai arrivati sugli scaffali delle librerie.