SINGAPORE - Vedere la vita in rosa non è proprio sempre cosa facile, soprattutto se non si appartiene alla cultura e alla morale dominanti del proprio Paese e ogni giorno si subiscono piccole e grandi discriminazioni. Ne sanno qualcosa i “diversi” di ogni genere, razza e religione un po’ in tutta l’Asia, dove i condizionamenti sociali e lo stigma portato da chi non rientra nei canoni prevalenti sono ancora molto pesanti. Vedere rosa a Singapore può essere un poco più semplice, perché la piccola città-Stato dell’Asia del SudEst è uno dei territori proporzionalmente più ricchi del continente e la sua popolazione gode di tanti privilegi (ottimi livelli di istruzione, libertà di movimento, informazione) e di qualche importante diritto civile (soprattutto in tema di eguaglianza razziale e linguistica), anche se nel quadro di un sistema politico ancora di fatto monopartitico, conservatore e autoritario. La scelta di chiamare “Pink Dot” (punto rosa) una delle tante iniziative di liberazione e progresso nate spontaneamente in questi ultimi anni dalla vibrante società civile singaporese appare dunque un fondato (e facile?) inno all’ottimismo oltre che, ovviamente, una scelta cromatica poco controversa e “politica” e un chiaro riferimento al tema della battaglia dei suoi organizzatori, attivisti e simpatizzanti. Pink Dot SG è un movimento per il diritto alla felicità e alla non discriminazione nato in seno alla corposa comunità LGBT di Singapore, con lo scopo di “sostenere la libertà di amare”, sfidando i tabù esistenti e puntando alla riforma delle leggi sulla famiglia e la libertà di genere. Una battaglia fatta portando i propri messaggi - sempre moderati nella forma ma decisi nella sostanza - nelle piazze virtuali (Singapore è ai primi posti nel mondo per l’uso sociale di Internet) e in quelle reali (i singaporesi raramente manifestano le loro idee nelle strade, anche a causa di severe limitazioni in nome dell’ordine e della “quiete pubblica”). Nato solo pochi anni fa, il movimento ha ottenuto subito l’adesione di famosi esponenti del mondo artistico anche eterosessuale di Singapore e ha trovato una sponda anche nei piccoli partiti dell’opposizione politica democratica (che solo da quest’anno ha una sparuta rappresentanza di 6 deputati in Parlamento). Molto attivo sul web, con un proprio sito internet (vedi link nella colonna a fianco) e sostenuto da popolarissimi bloggers come l’insegnante di etnia cinese Otto Fong, (link a fianco), Pink Dot SG ha trovato simpatia e appoggio anche nella comunità degli affari, generosa di donazioni alla causa e di sponsorizzazioni. Come quella, clamorosa, offerta nel 2011 da Google Singapore all’ultimo grande (per gli standard dello Stato) raduno dei simpatizzanti del movimento, convocati nell’unico spazio cittadino aperto ai comizi e alle manifestazioni politiche, lo Speaker’s Corner del piccolo ma centralissimo Hong Lim Park. I 10 mila partecipanti al meeting, giunto alla sua terza edizione, tutti vestiti con indumenti rosa, hanno ascoltato gli appelli “alla liberazione” lanciati - con grande pacatezza tutta singaporese - da artisti, politici ed esponenti gay, e si sono poi stretti in un grande punto rosa, visibile da molti grattacieli del centro città. Le immagini e i discorsi della manifestazione, ripresa dalle televisioni e da migliaia di videocamere e telefonini, sono naturalmente finiti in tempo reale su YouTube, diventando una delle attrazioni più cliccate e scambiate sui computer dai giovani “rivoluzionari hi-tech” di Singapore.
Famiglie, amore, sesso e morale: i costumi pubblici e privati dell'Asia moderna attraverso la cronaca quotidiana
martedì 30 agosto 2011
Il Club delle Mogli Obbedienti
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| La festa d'inagurazione del primo OWC in Malaysia |
ASIA DEL SUDEST - I problemi del mondo moderno? La violenza? Gli stupri, i figli abbandonati, i litigi domestici e i divorzi? Piaghe sociali di sempre, apparentemente accentuate - sostengono i conservatori - dalla globalizzazione dell’informazione senza censure e dalla disintegrazione dei tessuti sociali tradizionali. La responsabilità? In primo luogo dei maschi: violenti, eccitabili, fedifraghi, come sempre. Ma la colpa? Prevalentemente delle donne, in particolare delle mogli, di quelle mogli che non si mostrano adeguatamente acquiescenti e non sanno soddisfare sessualmente i propri mariti, lasciandoli con una carica di aggressività e insoddisfazione che inevitabilmente finiscono per sfogare in famiglia o fuori, turbando l’equilibrio del focolare e della società. La tesi, che ci limitiamo a definire curiosa, non è esattamente nuovissima: demagoghi, religiosi, psicologi e moralisti d’accatto di ogni latitudine occasionalmente la rispolverano, provocando reazioni e ormai soprattutto sberleffi da parte delle donne, in Occidente come anche - sempre di più - nella socialmente conservatrice Asia. Ha destato però sensazione (e anche preoccupazione), l’iniziativa di alcune donne asiatiche, di religione musulmana, che hanno sposato entusiasticamente questa singolare analisi dei mali della società e negli ultimi mesi hanno iniziato a mobilitarsi per provare a rimediare a questa supposta carenza di affetto e sensualità femminile. La loro soluzione? “Essere ancora più devote ai mariti e imparare a dar loro tutto il piacere che richiedono, in camera da letto”. Lo strumento per diffondere questa guerra santa al degrado dei costumi sono i “Club delle Mogli Obbedienti” (Obedient Wives Club / OWC), associazioni di donne musulmane (per il momento) con la missione di offrire a tutte le donne consigli e lezioni gratuite di "sesso familiare". I primi club - dietro i quali si può cogliere la mano di Global Ikhwan, la rete internazionale dei Fratelli Musulmani - sono già sorti, in giugno, in Indonesia, Malaysia e Singapore. Le organizzatrici sono fiduciose di poter esportare la buona novella già entro la fine dell’anno anche in altre zone del continente e perfino “a Londra, Parigi e Roma”. Pochissime le adesioni, finora, e molte le critiche, soprattutto di altre donne, ma anche di politici e istituzioni. Come la ministra malese per le Donne, Robia Kosai, che ha definito l’iniziativa “senza senso” e “non benvenuta” nello Stato del Johor, che rappresenta come parlamentare nazionale. Le “donne obbedienti” però non demordono e chiariscono il messaggio come meglio non si potrebbe: “Vogliamo che i mariti trattino le loro mogli come prostitute di prima classe. Le prostitute possono solo fornire buon sesso, ma non l’amore e l’affetto che solo una moglie può garantire al suo uomo”, ha dichiarato al quotidiano Malay Mail la presidentessa della branca malese di OWC, Fauziah Ariffin. “Se noi impariamo a offrirgli servizi migliori delle normali prostitute, lui non andrà in giro a cercarle”. Un concetto ribadito dalla co-fondatrice di OWC a Singapore, Darla Zaini: “Nell’Islam, se un marito vuole sesso e la moglie non è dell’umore, deve comunque concedersi, se no gli angeli la malediranno e questo porterà male alla famiglia”. Una tesi respinta in toto da Ratna Osman, direttrice esecutiva di “Sisters-in-Islam” (Sorelle nell’Islam), ONG malese per i diritti delle donne: “Gli uomini violenti spesso usano il comportamento delle donne come una volgare giustificazione, ma alla fine sono loro i responsabili unici delle proprie azioni”.
Bollywood a luci rosse
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| Il poster di "Morte davanti. Morte di dietro" |
INDIA - C’è una Bollywood minore, che non ha sfondato i confini dell’India, ma che conta milioni e milioni di spettatori affezionati. È la parente povera della più grande industria del cinema asiatico e produce film dai titoli improbabili, spesso senza una vera trama e con la singolare caratteristica di ruotare intorno a poche scene ad alto contenuto erotico (almeno per gli standard morali del posto), arrivando a volte addirittura a “rubarle” da pellicole di altri Paesi, con attori diversi da quelli scritturati per il resto del film in questione. Ci riferiamo alle produzioni soft-porno (titoli come “Il mio pappagallo e la tua passera” o “Moglie incompetente e cognata competente”) e a quelle horror-porno (“Morte davanti, morte di dietro”; “L’amante strega della notte”) dei cosiddetti “morning show”, le proiezioni semi-clandestine del mattino offerte da migliaia di sale in tutta l’India, nella tollerante indifferenza dei censori e delle autorità preposte alla salvaguardia dei costumi. Famosi soprattutto i poster pubblicitari di questi film di serie B, concepiti per solleticare gli istinti dei potenziali spettatori, con fotografie o disegni osé e frasi ad effetto (“Lui ha 14 anni e io 30, e allora? Tanto non ho un vero marito”). Esposti solo al mattino nelle bacheche dei cinema o, più spesso, portati in giro da uomini sandwich in bicicletta, i coloratissimi manifesti hanno il compito di invogliare il maggior numero di spettatori a rinchiudersi nelle sale buie per un’ora o poco più di spettacolo. Uno show destinato dichiaratamente a un pubblico maschile e anche giovanissimo, di solito di ceto basso, che ancora non può permettersi l’acquisto di un videoregistratore, un lettore DVD o un computer, strumenti che - in India come ovunque - stanno rapidamente uccidendo i cinema specializzati in pellicole hardcore. L’industria che produce questi film - e questi poster - ha avuto il suo momento d’oro negli anni ‘80, e oggi vivacchia in attesa che il benessere della Nuova India, con i computer e i DVD ogni giorno meno cari, raggiunga sempre più spettatori decretando - con la pornografia su disco e su Internet - la fine del genere. Disprezzata dagli attori e dai produttori di Mumbai (Bombay, Bollywood, appunto), che almeno per numero di spettatori e fatturato competono ormai apertamente con i più blasonati colleghi di Hollywood, la cinematografia dei morning show si sta rassegnando ad una rapida fine, trincerandosi nelle roccaforti del Kerala e del Tamil Nadu. La sua dipartita lascerà però certamente qualche rimpianto nei milioni e milioni di uomini indiani che si sono “formati” su questi film. Per celebrare e rivalutare, in qualche modo, questa forma d’arte minore, una galleria di New Delhi (la W+K Exp) ha aperto il 26 agosto una mostra di manifesti pubblicitari originali, intitolata, appunto “Morning Show”. La pagina web dedicata all'evento (link nella colonna a fianco) spiega così le caratteristiche delle opere: “Disegni e immagini puntano a sollecitare le fantasie proibite dalla cultura indiana, dando loro vita nei titoli bizzarri e nelle immagini. Il linguaggio visuale, a volte coraggioso, più spesso naïf, evoca l’immaginario kitsch di tutti i poster cinematografici indiani. Ma queste locandine parlano di Sesso, un argomento particolarmente tabù in questo Paese, nonostante le sue molte rappresentazioni religiose”. La mostra di New Delhi si concluderà il 17 settembre.
La danza delle belle di notte
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| "Beautiful Thing", di Sonia Faleiro |
lunedì 29 agosto 2011
Auguri e figlie femmine
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| Apple e Thomas, spose felici |
MALAYSIA - In un Paese multi-etnico e multi-culturale come la Malaysia non è difficile trovare storie che contraddicono l’immagine conservatrice e moralista preferita dalle autorità al potere (da sempre). Il caso del matrimonio omosessuale del pastore cristiano Ou Yang Wen Feng, le cui pubblicizzatissime nozze (a New York) sono imminenti, non è isolato. Altre due persone, donne questa volta, della folta comunità cinese-malese sono finite in questi giorni sulle pagine dei giornali per una storia d’amore non convenzionale. Si chiamano “Apple” e “Thomas” (gli appellativi che si sono scelte, non sappiamo quali siano i loro veri nomi cinesi) sono due ragazze lesbiche di 27 e 29 anni, che lavorano come ‘property brokers’ nel distretto meridionale di Batu Pahat, non lontano dal confine con Singapore. Le giovani, coppia innamoratissima e felice ormai da due anni, hanno deciso recentemente di fare, anche loro, il grande passo e di “sposarsi”, formalizzando il loro sogno di felicità. Matrimonio non legale, perché la Malaysia a maggioranza musulmana aborre questo tipo di unioni, e nondimeno benedetto da un prete taoista, in una cerimonia tenuta di fronte a un folto gruppo di amici e parenti. Per nulla intimorite dalla riprovazione - immaginiamo - degli anziani della loro stessa comunità (per non parlare delle autorità), Apple e Thomas hanno fatto tutto in pubblico, sfidando la morale comune e le possibili ripercussioni legali e perfino politiche del loro gesto, arrivando ad aprire una pagina di Facebook dedicata alla propria unione. Nel loro spazio (vedi link nella colonna a sinistra) hanno subito postato un album (intitolato "Le lesbiche più felici") con le foto della cerimonia, celebrata nello stile più classico e - se vogliamo - conservatore preferito da quasi tutti gli altri giovani cinesi-malesi eterosessuali: abiti bianchi (lungo e col velo per Apple, giacca, pantaloni, orchidea all'occhiello, per Thomas), preghiere al tempio, cerimonia cinese del té, inchini ai genitori e omaggio alle immagini votive degli antenati scomparsi. Il tutto coronato, come si conviene, da un bel rinfresco, dal lancio del bouquet e dalla fuga finale delle due sposine su un bel macchinone nero addobbato con fiocchi e decorazioni floreali. Entusiastiche le reazioni dei fans vecchi e nuovi della coppia, che in pochi giorni si sono iscritti a migliaia (9.880 al momento di pubblicare questo Post) alla loro pagina sul più famoso social network globale. In prima fila altre lesbiche malesi, soprattutto di etnia cinese, ma molti anche gli auguri di giovani eterosessuali e di altre etnie e nazionalità. Tra i commenti, la parola “invidia”, una delle più ripetute, e i sospiri di molte ragazze che non hanno ancora avuto i mezzi, la possibilità o il coraggio di seguire la stessa strada (ancora molto in salita e perigliosa, in Asia come altrove).
domenica 28 agosto 2011
Il Parco dell'Amore di Jeju
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| Una scultura "interattiva" di Loveland |
COREA DEL SUD - Un altro Paese asiatico dove l’amore e il sesso - intesi come momenti gioiosi e anche di gioco - stanno rapidamente perdendo l’aura negativa di argomenti imbarazzanti o decisamente tabù, è la Corea del Sud (in quella del Nord il sesso ricreativo, la pornografia e il concubinaggio sembra siano riservati al solo dittatore Kim Yong Il e alla sua Corte, mentre per il Popolo vige ancora una durissima morale oscurantista). Il Paese si è aperto solo nell’ultimo decennio alla marea globalizzata del libertinismo pubblico ma molte dighe sono crollate rapidamente, a cominciare - come sempre - dal campo musicale e artistico. Mentre fino a pochi anni fa baciarsi in pubblico era ancora considerato un reato contro la decenza e la Polizia girava per le strade di Seoul a misurare con il righello la lunghezza delle gonne delle ragazze, oggi i gruppi pop femminili sudcoreani dettano legge in tutta l’Asia, con videoclip e concerti ad altissimo tasso erotico. Uno dei simboli di questo inarrestabile “declino dei costumi” è senza dubbio Loveland, il primo parco artistico dedicato esplicitamente al tema del sesso, con un approccio che definire ironico e irriverente ci sembrerebbe riduttivo. La location - l’isola meridionale di Jeju - non è esattamente di mano anche per chi viva in Corea, ma un moderno aeroporto, che la collega a Seoul e ad alcuni scali internazionali, permette agli interessati (molti) di raggiungere facilmente questo sorprendente monumento alla lussuria. Una scelta, quella di Jeju, che onora in qualche modo una tradizione dell’isola, luogo remoto e discreto dal clima piacevole e temperato, da sempre preferito dalle giovani coppie di sposi coreani per trascorrere la luna di miele e consumare la prima notte di nozze in un clima rilassante e dove, per “aiutarle a rompere il ghiaccio”, i proprietari degli alberghi locali sono soliti organizzare piccoli spettacoli erotici d’incoraggiamento, che in molti casi fungono anche da rapidi corsi di iniziazione sessuale per i meno preparati (la Corea del Sud ha il tasso di fertilità più basso tra i Paesi OCSE). Il parco-museo, inaugurato nel 2004 su un’estensione di quasi 40 mila metri quadrati di prati alberati, ospita un’esibizione (!) permanente, all’aperto, di 100 sculture (anche "interattive") di organi sessuali e di uomini e donne in ritratti da soli o nel corso di amplessi, in pose erotiche o comunque nude-look, e altre 40 statue esposte (!!) in una capiente e moderna galleria coperta, sede anche di mostre temporanee sul tema. Il “tema” essendo, appunto, il sesso tra umani (ma ci sono anche alcune rappresentazioni, ironiche, di amore o "nudità" animale e qualche accenno a creature mitologiche), sviluppato in quasi ogni suo aspetto, lasciando volutamente libero sfogo alla fantasia e alla perversione degli artisti. Aperto con il contributo iniziale di giovani laureati della prestigiosa accademia d’arte dell’Università di Hongik (Seoul), il parco-museo si è progressivamente arricchito anche di opere di artisti più famosi ed oggi vanta lo status di opera di interesse artistico e turistico di primo piano, figurando tra le destinazioni suggerite ai turisti stranieri dal serissimo Ente del Turismo della Corea del Sud. Presentato da un website coloratissimo come “il posto dove l’arte centrata sul sesso e l’erotismo si incontrano”, Loveland promette un’esperienza unica ai visitatori che vogliono “apprezzare la naturale bellezza della sessualità”. Perfetta, e politicamente corretta, l'organizzazione, che fornisce gratuitamente sedie a rotelle, offre rampe d’accesso per disabili e un piccolo nido per ospitare i bambini (il Parco è vietato ai minori di 18 anni) durante le visite dei genitori. Sconti sul prezzo del biglietto (5,7 euro) sono previsti per anziani e pensionati, che ogni anno affollano Loveland a migliaia, e sembrano divertirsi molto. Orari d’apertura molto larghi, dalle 9 del mattino alle 24 (le opere sono illuminate e ancora più “sensuali” nel buio). Ultima annotazione: le sculture si possono toccare.
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sabato 27 agosto 2011
Krishna e il Terzo Sesso
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| La vincitrice del concorso "Miss Koovagam 2011" |
La carestia delle donne
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| Spose bambine in India |
INDIA - Alcuni Stati dell’India soffrono di una particolare carestia, endemica ormai da molti anni. È una carestia per la quale la Natura non ha alcuna responsabilità e che vede l’Uomo (e soprattutto gli uomini, con la ‘u’ minuscola) portare per intero la colpa. Stiamo parlando della cosiddetta “carestia di spose”, la mancanza di donne in età da marito causata dalle scelte famigliari di molti indiani che preferiscono avere figli di sesso maschile. Questo pregiudizio di genere, nelle zone più povere è la causa di uno dei crimini più efferati ma socialmente tollerati in India, l’infanticidio delle bambine, mentre tra i ceti ricchi induce le coppie a rivolgersi sempre più spesso alle cliniche della fertilità per determinare il sesso (maschile) del nascituro. Il risultato di questa umana intrusione negli equilibri naturali è un cronico squilibrio nella proporzione donne/uomini, che nel Punjab (893 femmine ogni 1000 maschi) e nell’Haryana (877 contro 1000) raggiunge ormai livelli allarmanti. Le conseguenze si fanno sentire anche e soprattutto quando, nei villaggi e nei piccoli centri rurali, viene il tempo per i giovani uomini di trovare una compagna. Poiché non ci sono donne a sufficienza per tutti, i maschi di questi due Stati finiscono per procacciarsi le spose in altre regioni (i poverissimi - ma ben dotati di popolazione femminile - Assam, Orissa, Bengala Occidentale, Jharkhand e Bihar), tramite agenzie, amici o mediatori, che fanno della compravendita con le famiglie (povere) delle future mogli, un fruttuoso business. La prassi - siamo pur sempre in un Paese dove i matrimoni combinati sono una tradizione consolidata - non tiene ovviamente in alcuna considerazione sentimenti “irrilevanti” come l’Amore, e si risolve, appunto, in un accordo mercantile dove l’uomo retribuisce i genitori, rinunciando alla tradizionale dote e avendo in cambio “l’uso” esclusivo di una figlia, spesso giovanissima. E proprio di “uso” in molti casi si deve parlare, perché queste ragazze povere e comprate - che sono quasi sempre di una casta inferiore a quella dello sposo, parlano un’altra lingua e non hanno alcun legame culturale e affettivo con la società che le accoglie, e si ritrovano inevitabilmente nel doppio ruolo di moglie (intesa come oggetto sessuale e di riproduzione) e di donna delle pulizie, costretta a mille lavori domestici, spesso anche a favore della famiglia allargata del marito-padrone. “Sposarsi con una donna ‘importata’, dipende solo dal prezzo”, sostiene Rishi Kant della ONG Shakti Vahini. “I mariti sono disposti a pagare cifre varianti tra le 50 mila e le 300 mila rupie (da 750 a 4.500 euro), a seconda dell’età, dell’aspetto e, naturalmente, della verginità o meno della ragazza”. Non è raro, infine, che dopo alcuni anni di “servizio” queste donne “straniere” vengano ripudiate o vendute a un altro uomo, rendendo la loro vicenda ancora più tragica. Il traffico delle spose è uno dei segreti più noti della società indiana, ma nelle campagne (e in Parlamento) non si ama parlarne apertamente. I risultati di un recente studio condotto in 92 villaggi dell’Haryana - e pubblicato dal quotidiano The Hindu - ha rivelato che su 10 mila famiglie intervistate oltre 9 mila “mogli” provenivano da altri Stati. “In ogni villaggio ci sono almeno 50 ragazze comprate fuori dallo Stato” si legge nel rapporto finale. “Alcune sono giovanissime (fino a 13 anni) e solo una piccola percentuale è davvero trattata come moglie, mentre per le altre sarebbe più corretto parlare di vera e propria servitù femminile”.
venerdì 26 agosto 2011
Festa & Fertilità
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| Il Festival Kanamara Matsuri |
GIAPPONE - Una società come quella giapponese, generalmente considerata altamente repressa, sul posto di lavoro, a scuola e tra le mura di casa, trova spesso sfogo e rifugio in momenti di eccesso e di liberazione, privata o collettiva, che contrastano non poco con l’immagine di compostezza del popolo del Sol Levante. Uno di questi rari eventi, poco conosciuti dal grande pubblico, è il festival di Kanamara Matsuri (letteralmente, il Dio-Grande-Pene-di-Ferro), celebrato ogni prima settimana di aprile nella città di Kawasaki. Un evento che gode di grande rispetto e considerazione da parte di uomini, donne, giovani e anziani della città, e che ogni anno vede la partecipazione di migliaia di persone venute anche da altre zone del Giappone, tra le quali, occasionalmente, anche molti sorpresissimi turisti stranieri. Contrariamente a quanto uno scettico osservatore occidentale potrebbe sospettare, il Kanamara Matsuri non è il prodotto pubblicitario di una qualche televisione in cerca di facile audience o di uno sponsor del fiorente business pornografico giapponese, ma rispecchia una serissima tradizione shintoista (la religione del 90% dei giapponesi), intesa a celebrare la Fertilità e che viene fatta risalire al 1600. L’evento ricorda infatti la cruda leggenda della battaglia di una ragazza contro un demone dai denti taglienti e acuminati che si era nascosto nella sua vagina e aveva ridotto a mal partito, uno dopo l’altro, i malcapitati uomini che la giovane aveva sposato. Per distruggere quella presenza malefica, la damigella si era allora rivolta a un fabbro, commissionandogli un grosso pene di ferro con il quale si era alla fine liberata di quell’ospite ostile e indesiderato. La manifestazione di Kawasaki, che dura un’intera settimana, ha un programma fitto di cerimonie, letture pubbliche, appassionati dibattiti, mercatini (sulle bancarelle, naturalmente, in vendita peni di legno di ogni foggia e dimensione) e distribuzione di cibarie “in tema” (molte le torte e gelati che ricordano le forme dell’organo maschile), e culmina in un grande corteo nelle strade addobbate di rosa, al seguito di una gigantesca riproduzione di un pene in pesante ferro nero, portata a spalla dai fedeli fino al tempio shintoista di Kanayama. Nonostante l’origine e l’impronta religiose della manifestazione, l’evento si arricchisce oggi anche di aspetti gioiosi, grazie all’iniziativa dei giovani della città, che aggiungono tocchi di fantasia e modernità portando in corteo anche statue “alternative”, di legno o cartapesta, tra le quali un grande pene rosa fabbricato dalle ragazze, che è diventato il vero simbolo della festa. Negli ultimi anni, il festival si è poi aperto anche a nuovi temi e significati, con la partecipazione di ONG e associazioni laiche che ne hanno fatto un’importante occasione per sensibilizzare la pubblica opinione sulla lotta all’HIV-AIDS e altre malattie a trasmissione sessuale e raccogliere fondi per la ricerca medica.
giovedì 25 agosto 2011
Ragazze, non perdete la testa...
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| Donne fermate dalla Polizia di Aceh |
Due cuori e una copertina (rosa)
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| Copertine della Precious Heart Romances |
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mercoledì 24 agosto 2011
Niente hostess al silicone
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| Hostess di Garuda Indonesia |
Non bussate a quella porta...
INDONESIA - Le televisioni private indonesiane hanno fatto la propria fortuna con telenovelas e programmi di gossip (la cosa non dovrebbe suonare nuova al pubblico italiano...) e ogni giorno trasmettono ore di interviste alle cosiddette “selebriti”, politici, star e starlette della musica e delle “sinetron”, le soap opera di produzione locale. Controversie famigliari, litigi, amori, scappatelle, matrimoni e divorzi vengono esposti quotidianamente, senza troppe censure, alla curiosità dei telespettatori, avidi di dettagli delle vite private di personalità più o meno famose, che spesso aprono volentieri la porta di casa ai cronisti di gossip, per farsi un po’ di pubblicità e tenere vivo l’interesse dei fan e degli elettori, in un ambiente pubblico spietato e altamente competitivo come quello indonesiano. Scontati dunque l’attenzione e l’interesse suscitati, nei giorni scorsi, da un filmato amatoriale trasmesso e ritrasmesso con grande enfasi da tutte le tv sull’ultimo scandalo sessuale - in ordine di tempo - che ha visto come involontari protagonisti, questa volta, una deputata e un deputato regionale di Belitung, sorpresi dalla moglie dell’uomo in una camera d’albergo di Jakarta. La signora, che da mesi sospettava la tresca e pedinava il marito, ha bussato alla stanza, accompagnata dalla figlia e dal capo dell’intelligence della Polizia del distretto di Jakarta Centrale. Di fronte al silenzio degli occupanti, la donna non ha desistito, si è fatta dare un passepartout e ha aperto la porta. La scena è stata ripresa in diretta, probabilmente con una piccola videocamera o con uno smartphone e consegnata alle televisioni. Nel filmato si vedono i due amanti tentare di coprirsi con cuscini e protestare la propria assoluta innocenza. Il particolare più interessante è però l’identità politica dei due fedifraghi: la donna, Hellyana, esponente del conservatore e filo-islamico Partito Unito dello Sviluppo (PPP), e l’uomo, Mahadir Basti, speaker del Parlamento regionale e autorevole membro del Partito della Mezzaluna (PBB), anch’esso di ispirazione religiosa, due formazioni in prima fila nel castigare i costumi sessuali più liberali, soprattutto durante il mese sacro del Ramadan. Inutili le proteste della coppia, scortata in commissariato dalla Polizia per rispondere della denuncia della moglie tradita (l'adulterio è un serio crimine in Indonesia). Vani anche i tentativi di far sopire l'interesse di giornali e TV, con la deputata impegnata a presentare versioni alternative della vicenda (ha dichiarato ai giornalisti e di essersi trovata in camera con il collega "per chiedere consigli politici") e l'uomo che cercava di fermare l'ondata di dichiarazioni pubbliche della consorte (arrivando fino ad intimarle il silenzio in diretta mentre lei dava un'intervista a una radio privata). Lo scandalo dei due deputati di Belitung, amplificato dai media, segue di poco un altro clamoroso scivolone di un politico conservatore, il deputato nazionale Arfinto, dell’ultrareligioso Partito della Giustizia e della Prosperità (PKS) fotografato in aprile mentre guardava siti porno sul proprio iPad durante una sessione dei lavori parlamentari. Scaricato dal suo gruppo, il deputato ha annunciato l’intenzione di dimettersi.
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Fratelli coltelli in salsa australiana
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| Su fronti opposti: Carl e, nel riquadro, Bob Katter |
AUSTRALIA - L’Australia, già divisa su tutto, dalla Carbon Tax sui grandi inquinatori all’uso delle truppe di pace, dalla strategia per contenere l’afflusso di boat people asiatici, alla tinta dei capelli (rossissima) del suo Primo Ministro donna, sembra avere trovato un nuovo fronte di battaglia sul tema dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Finora proibite dalla Legge (il Marriage Act), le unioni di gay e lesbiche sono tornate al centro del dibattito politico con il lancio di una serie di petizioni popolari di segno opposto corredate da sondaggi commissionati dagli attivisti pro e contro, che hanno dato risultati assolutamente contrastanti. Nel rurale, profondo Queensland, ad esempio, solo il 2% degli intervistati si sono detti a favore dei matrimoni gay, ma nella città di Melbourne, moderna e liberale, circa il 90% dei cittadini si sono pronunciati per il cambiamento della legge. Mentre la Campagna "Australian Marriage Equality" e le associazioni che chiedono una liberalizzazione - in prima fila il partito dei Greens (Verdi ecologisti) e l'organizzazione progressista GetUp! - hanno lanciato una raccolta di firme online per sostenere i matrimoni omosessuali, un composito fronte tradizionalista (con in testa l’Australian Christian Lobby, ma guidato anche da una deputata laburista) ha appena depositato in Parlamento una petizione firmata da 52.300 cittadini che chiedono di non cambiare la definizione di matrimonio (tra un uomo e una donna). Uno dei più accesi oppositori di qualsiasi concessione ai gay è l’anziano parlamentare conservatore Bob Katter, protagonista pochi giorni fa di una rumorosa dimostrazione di attivisti cristiani nel cuore del Parlamento di Canberra. In quella occasione, il politico ha rilasciato dichiarazioni di fuoco contro i gay e in difesa dei valori della famiglia, sostenendo che i matrimoni omosessuali spianerebbero la strada alla pedofilia e alle unioni “tra uomini adulti e bambini”. La manifestazione ultra-conservatrice, che ha avuto grande eco, si è però rivelata un boomerang (siamo pur sempre in Australia...) per i suoi promotori, perché l’uscita di Bob Katter ha provocato la reazione di un avversario inatteso: il fratellastro minore del deputato, Carl, che ha deciso di fare un clamoroso ‘outing’ convocando una conferenza stampa, annunciando di essere gay e di avere il pieno supporto della propria famiglia. In un’intervista televisiva, il giovane si è detto offeso dalle bugie del fratello, accusandolo di fomentare l’odio e la violenza contro i gay e le minoranze in genere. Lo sdegno pacato e il coraggio di Carl hanno provocato un’immediata reazione tra l’opinione pubblica, con un una corsa su Internet a firmare la petizione a favore delle unioni gay. La battaglia prosegue.
Le schiave e la Memoria
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| Una donna filippina, ex schiava dei giapponesi |
FILIPPINE - La tragica vicenda delle ianfu, le “donne da conforto” (o, più propriamente, schiave sessuali) dell’Esercito Giapponese ŗesterà per sempre una delle pagine più nere della nerissima storia dell’occupazione militare nipponica dell’Asia del SudEst, durante la Seconda Guerra Mondiale. Nei lunghi anni del conflitto sul fronte orientale, da 20 mila (stime al ribasso degli storici revisionisti giapponesi) a 400 mila (stime cinesi) bambine e giovani donne dei Paesi asiatici caduti sotto il controllo militare imperiale vennero fatte prigioniere e costrette a lavorare come schiave nei bordelli aperti per le truppe del Sol Levante. Le sopravvissute a quelle atrocità scientificamente organizzate dai leader militari e poi sempre negate anche dopo l’avvento della democrazia a Tokyo, sono oggi anziane, ma molte di loro ancora si battono per chiedere che il Giappone ammetta le proprie responsabilità. Associazioni, gruppi, fondazioni spesso guidate dai figli delle ianfu, sono sorti in ogni Paese dell’Asia e molti libri sono stati scritti per documentare questo tragico esempio dell’uso del sesso come arma di guerra in Asia (una pratica che continua tutt’ora, in alcune aree di conflitto, come il Nord della Birmania). Alcune ex schiave ancora oggi partecipano a dimostrazioni e sit-in, per domandare giustizia, di fronte a ambasciate e rappresentanze giapponesi. I loro volti, i loro racconti e le loro lacrime sono prove inoppugnabili dell’orrore subito, testimonianze che colpiscono e scuotono le coscienze di chi ha la possibilità di incontrarle, poiché il pubblico asiatico è molto poco informato o spesso, come in Giappone, è tenuto volontariamente all’oscuro di questo vergognoso e imbarazzante capitolo della Storia della regione. A distanza di 76 anni dalla fine del conflitto mondiale, queste donne coraggiose sono ormai rimaste in poche e la loro voce rischia di scomparire nell’oblio. Per cercare di tenere viva la memoria, si moltiplicano in questi ultimi anni iniziative educative, come l’apertura di musei online, mostre fotografiche itineranti, e la raccolta di interviste audio e video alle ultime sopravvissute. Nelle Filippine, Paese che versò un pesante tributo alla maniacale sete di schiave dell’Esercito giapponese - ma nel quale la prima testimonianza pubblica venne alla luce solo nel 1992 - è stato da poco completato un documentario che racconta le storie di alcune decine di loro. Il video, di un giovane regista giapponese che risiede nelle Filippine, è intitolato “Katarungan! Justice for the Lolas” (‘lola’ significa nonna, in lingua Tagalog) e raccoglie le parole e le ultime immagini di queste donne, oggi ultra-ottantenni, che hanno avuto il coraggio di vincere la vergogna delle proprie famiglie e lo stigma sociale e uscire allo scoperto.
martedì 23 agosto 2011
Squillo d'allarme
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| Il deputato Craig Thomson |
AUSTRALIA - Il Governo guidato dalla Prima ministra Julia Gillard non ha avuto vita facile fin dalla nascita, dopo la risicata vittoria laburista alle elezioni del giugno 2010. Una fragilità dovuta alla linea politica confusa e a una leadership inadeguata - secondo molti analisti e, naturalmente, secondo l’Opposizione conservatrice - ma anche all’oggettiva debolezza dell’Esecutivo in Parlamento, dove si regge su una risicata maggioranza di soli 2 voti, grazie al sostegno esterno di 4 deputati indipendenti. Le difficoltà della Premier (la prima donna ad assurgere a questo incarico in Australia) potrebbero però farsi presto ancora più gravi. La Polizia del Nuovo Galles del Sud sta infatti stringendo i tempi di un’inchiesta in corso da ormai due anni e che vede indagato l’importante deputato federale laburista Craig Thomson, sorpreso a utilizzare i servizi delle prostitute di una casa di piacere di alto bordo. Le prove della frequentazione del bordello sembrano irrefutabili, ma non è questo a impensierire il Governo laburista. Pagare una prostituta, infatti, non costituisce reato nella sanguigna Australia, né motivo di decadenza dagli incarichi pubblici. L’accusa che mette in fibrillazione l’Esecutivo e il Partito è che per soddisfare i propri passatempi Thomson all’epoca avrebbe usato fondi e carte di credito dell’Unione dei Lavoratori della Sanità, sindacato di cui era Segretario generale prima dell’elezione in Parlamento. Se riconosciuto colpevole, il deputato - che nei giorni scorsi si è dimesso dalla presidenza dell’influente Commissione Economia della Camera dei Rappresentanti - rischia la bancarotta (sembra abbia esaurito i propri risparmi in una causa, fallita, contro il giornale che aveva rivelato lo scandalo) e soprattutto una condanna penale per truffa e appropriazione indebita, due clausole di decadenza automatica dal ruolo di deputato previste dallo Statuto della Camera, lasciando così il Governo laburista ancor più alla mercé degli alleati indipendenti in Parlamento. La premier Gillard, in guerra con la Destra e la Sinistra estrema, per una controversa tassa ai grandi inquinatori e per le contestate missioni militari australiane all’estero, potrebbe alla fine cadere, meno nobilmente, per i vizi di un singolo deputato disonesto.
lunedì 22 agosto 2011
La Politica di Sodoma
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| Anwar Ibrahim entra in tribunale con la moglie |
MALAYSIA - Gli scandali sessuali, veri o presunti, specialmente se con qualche risvolto penale, vengono ampiamente utilizzati in politica per colpire l’immagine degli avversari, anche all’interno dello stesso partito. In Asia, dove l’etica pubblica e privata di governanti e parlamentari è - agli occhi degli elettori - spesso più rilevante delle loro decisioni politiche (o dei loro crimini finanziari e violazioni dei diritti umani), un’accusa di omosessualità può distruggere per sempre un uomo politico, anche se si tratta di un leader abile, esperto e di grande popolarità. E questo è tanto più vero se lo scandalo viene sollevato in un Paese conservatore e a maggioranza islamica come la Malaysia, dove l’omosessualità è ancora un tabù infamante. Ne sa qualcosa Anwar Ibrahim, 64 anni, fino a pochi anni fa Vice Primo Ministro e candidato in pectore alla successione del leader storico della federazione, Mahatir Mohammed, ma caduto in disgrazia nel 1998 per contrasti con il suo mentore e altri colleghi sulla strategia da seguire per fronteggiare la devastante crisi che nel 1997 aveva colpito le economie asiatiche. Cacciato dal partito UMNO e dalla coalizione di maggioranza, il Barisan Nasional, Anwar era finito subito al centro di un’inchiesta per corruzione, alla quale si era immediatamente aggiunta un’imputazione di “sodomia” (omosessualità). Arrestato, picchiato in carcere, esposto al pubblico ludibrio per mesi con rivelazioni ampiamente rilanciate dalla stampa governativa, l’ex astro nascente della politica malese (nominato “Asiatico dell’Anno” dal settimanale Newsweek nel 1998) nel 2000 era stato condannato a 15 anni di prigione, sulla base di un’investigazione che molti osservatori indipendenti non avevano esitato a definire “una evidente e ben orchestrata macchinazione politica”. Le proteste di moglie, figli, amici e sostenitori e alcune inchieste giornalistiche indipendenti portarono nel 2004 a una revisione del processo e all’annullamento della sentenza da parte della Corte Suprema malese per pesanti vizi di forma e di sostanza nell’inchiesta. Da allora Anwar ha tentato di rientrare in politica, diventando in breve tempo il leader dell’Opposizione al regime di Kuala Lumpur, vincendo un seggio in Parlamento e rilanciando le speranze degli avversari del regime, dei riformatori e delle minoranze etniche. Immediata la reazione della maggioranza, arrivata fino alla sospensione di Anwar dal Parlamento per “minacce all’unità nazionale” e altrettanto rapida una nuova campagna su presunti reati a sfondo sessuale. Ancora un’accusa di omosessualità, questa volta sulla base di una denuncia di stupro da parte di un giovane funzionario politico, dalla credibilità apparsa subito alquanto dubbia, e la diffusione ai giornali e su YouTube di un video che ritraeva un uomo vagamente rassomigliante a Anwar, intento a commettere “atti contro-natura”. Immediata una nuova inchiesta della Polizia e una formale accusa di violenza sessuale culminata, pochi giorni fa, nell’apertura di un nuovo processo di fronte al Tribunale di Kuala Lumpur. Presentandosi davanti alla Corte, accompagnato dalla famiglia, Anwar - da buon politico - ha tenuto un discorso di un’ora proclamandosi innocente e dichiarando: “Questo processo non è altro che una cospirazione del Primo Ministro Najib Razak [nuovo uomo forte del Paese], per liquidarmi mandandomi dietro le sbarre. Lui e gli altri possono fare scempio della mia reputazione, minacciarmi con la prigione, ma non potranno ridurmi all’obbedienza. La verità prevarrà.”
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Il Principe e il suo harem
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| Una delle statue del principe Jefri (foto: Daily News) |
BRUNEI - Che gli uomini ricchi e di potere tendano ad avere vite private (e pubbliche) alquanto disinibite non è esattamente una novità dei tempi moderni, né - con buona pace dei cittadini italiani e del loro Premier - un’esclusiva occidentale. L’Asia offre svariati esempi di sovrani, presidenti, dittatori, generali e politici noti anche e soprattutto per la propria condotta “licenziosa”, a volte violenta e maniacale, e comunque sempre oltre i limiti e le fantasie concessi ai loro malcapitati sudditi ed elettori. Una recente causa di fronte alla Giustizia inglese e una lunga e dettagliata inchiesta del mensile Vanity Fair, hanno portato alla conoscenza del pubblico il caso del nobile principe asiatico Jefri Bolkiah, fratello minore del sultano del Brunei (Brunei Darussalam), piccola e ricchissima monarchia petrolifera incuneata in territorio malese, nel nord del Borneo, e affacciata sul vasto Mar Cinese Meridionale. Quarto Paese al mondo per PNL pro capite, grazie ai proventi dell’estrazione del petrolio, il Brunei è un sultanato costituzionale che applica un’originale commistione di Common Law britannica e Sharia islamica. La famiglia al potere, coperta di petrodollari dalle grandi compagnie multinazionali, è nota per lo stille di vita dispendioso di molti suoi componenti, ma fino a qualche mese fa pochi, dentro e fuori i confini del piccolo Stato asiatico e degli ambienti internazionali più esclusivi, immaginavano il lato più osé della vita privata del fatello “playboy” del Sultano. A leggere la lunga analisi delle prodezze erotiche fatta da Vanity Fair - e ripresa dai giornali specializzati in gossip “reali” - in quanto a predilezione per i piaceri della carne, il “giovane” (ha ormai più di 56 anni) principe Jefri sembra davvero un caso unico, nel pur immaginifico circolo ristretto del jet set internazionale. Poligamo, come gli è concesso da un’interpretazione del Corano ormai contestata in molti Paesi musulmani, Jefri ha avuto (finora) 17 figli da 7 donne diverse. Il suo harem informale, però, è molto più vasto e ha raccolto in passato decine e decine di giovani donne di diverse nazionalità tra le quali anche l’ex Miss America Shannon Marketic, invitate a frequentare il suo talamo a suon di gioielli, denaro contante e altri sontuosi regali. Concubine non sempre interamente consenzienti, a leggere il libro scritto da una di loro, Jillian Lauren, che ha accusato Jefri di avere trattato lei e altre 40 ragazze come “schiave sessuali”, raccontando in dettaglio particolari scabrosi dei festini celebrati nei palazzi del principe e dello stesso Sultano (il più vasto dei quali ha 1.788 stanze), con il quale il principe avrebbe condiviso alcune delle favorite. Tra i vari esempi della singolare predilezione di Jefri per la figura femminile, anche il gigantesco yacht, ammiraglia della flotta privata del principe, battezzato esplicitamente “Tette” (con i due motoscafi di appoggio coerentemente chiamati “Capezzolo 1” e “Capezzolo 2”). Ma i pezzi migliori del principe-collezionista sono stati svelati nel corso di una causa per truffa (persa da Jefri) tenuta alcuni mesi fa in Inghilterra: quattro statue del valore di 1 milione di dollari, che ritraggono il nobile asiatico, a grandezza naturale, mentre è impegnato in giochi erotici con una delle sue concubine straniere. Le statue, alcune foto delle quali sono state pubblicate dai tabloid inglesi, sono piuttosto esplicite. Ma sembra che non abbiano incontrato il gusto di Jefri, che avrebbe protestato con lo scultore. Non per averlo ritratto completamente nudo, ma per avere dimenticato di aggiungere al suo viso il paio di baffi che cura ed esibisce con grande orgoglio.
domenica 21 agosto 2011
Pechino: lezione di sesso
CINA - Spiegare il sesso ai bambini delle elementari? Eterna questione, che divide genitori, educatori e politici ad ogni latitudine. La nuova Cina, che prudentemente si apre a varie forme di liberalizzazione, sembra avere rotto gli indugi e fatto cadere anche questo tabù, molto in anticipo rispetto a tanti Paesi occidentali, che si considerano più aperti e avanzati sui temi della morale e dell’istruzione. L’introduzione di un corso di educazione sessuale per gli studenti (6-12 anni) delle scuole primarie di Pechino è stato annunciato nei giorni scorsi, con un lungo e dettagliato articolo dell’ufficialissima Agenzia XinHua. Il programma si articola in tre fasi, miranti a spiegare ai bambini le basi della delicata materia, con l’ausilio di un libro di testo intitolato “Passi verso la crescita”, redatto dagli esperti dell’Associazione per la Ricerca e l’Educazione alla Salute Sessuale. Tra i capitoli del primo modulo titoli come “Il mio corpo”, “Da dove vengo” e “Sai proteggere te stesso?”. Nel secondo, “Il corpo cambia durante l’adolescenza” e “Tecniche per comunicare con i genitori”. Nella terza parte, argomenti ancora più impegnativi, per un pubblico di bambini, come “Come darti piacere”, “Prevenzione dell’AIDS” e “Essere un sano Netizen” (utente di Internet). L’iniziativa, illustrata ai genitori e all’opinione pubblica dai media controllati dal Governo e dalle autorità locali di Pechino, ha raccolto l’approvazione di molti adulti, ma non ha mancato di suscitare anche preoccupazioni e dissensi marcati, correttamente riportati nel dibattito sui media, pur moderato dalla censura ufficiale. Contestati da alcuni genitori, in particolare, il linguaggio “esplicito” e alcuni disegni considerati “troppo diretti” del primo modulo del libro, quello rivolto agli studenti di 6 e 7 anni d’età. Una frase, in particolare, è finita sotto accusa come esempio di una certa “crudezza” del testo: “Per permettere allo sperma di trovare l’ovulo il più in fretta possibile, papà inserisce il proprio pene in profondità nella vagina della mamma”, informazione corredata dal disegno di una penetrazione. “È troppo per questi bambini” ha protestato con l’Agenzia XinHua una madre, identificata con il solo cognome, Liu. “Non è una cosa sana. Sembrano disegni porno per bambini.” Sul fronte opposto, quello dei favorevoli, altri genitori, docenti e sessuologi si sono mostrati più realisti. “Gli adulti vedono nel libro cose sporche, mentre gli studenti potrebbero non essere di questo avviso” ha commentato per tutti Feng Zhihua, vicedirettore di “Dingxiangyuan”, il più popolare website cinese di medicina e biologia (www.dxy.com). “I ragazzi vedono le cose in modo diverso. Le parole ‘pene’ e ‘vagina’ le incontreranno comunque, prima o poi, e non c’è ragione di censurarle in campo educativo”. Nonostante le perplessità, le autorità scolastiche di Pechino sembrano intenzionate a proseguire nell’esperimento, allarmate dai risultati di un recente sondaggio effettuato tra gli studenti di 14 scuole cittadine. Secondo lo studio, solo il 5% dei ragazzi è in grado di identificare correttamente i propri organi sessuali, mentre il 16% non sa neppure localizzarli nel proprio corpo. Altri manuali di educazione sessuale, per le scuole medie inferiori, sono in fase di completamento e saranno introdotti presto negli istituti della Capitale cinese.
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Il Bhutan e la Pillola
BHUTAN - Il piccolo regno del Bhutan, nell'Asia del Sud, ha fatto della ricerca della felicità uno dei suoi principi fondamentali. Grazie a un giovane monarca educato in Occidente, che sta trasformando l'ex teocrazia autoritaria in una monarchia democratica, quella che un tempo era conosciuta come la Terra Meridionale dell’Oscurità - situata alle pendici della catena himalayana e stretta tra la Cina e l’India - si sta rapidamente modernizzando. Un piccolo esempio è l’approccio pragmatico al problema dell’aborto, volutamente ignorato fino a non molto tempo fa ma ora riconosciuto come un problema reale. Su ordine del Governo un comitato ad hoc - composto dal Ministeri della Salute e dell’Istruzione, da rappresentanti dei ginecologi e da alcune ONG attive sul tema - è stato formato recentemente per affrontare i problemi di molte donne costrette a varcare la frontiera per interrompere gravidanze indesiderate. Una delle prime decisioni è stata quella di autorizzare la vendita nelle farmacie della cosiddetta “pillola del giorno dopo”. Il contraccettivo d’emergenza, già introdotto nel Paese informalmente l’anno scorso, era stato bloccato dalle autorità che avevano verificato come il farmaco venisse scambiato dalle donne per un normale anticoncezionale e addirittura, per colpa di venditori poco onesti, propagandato come medicina in grado di proteggere da infezioni a trasmissione sessuale. La libera vendita della pillola abortiva sarà preceduta da corsi di formazione per i farmacisti e dall’apertura di consultori per diffondere una corretta educazione alla procreazione e alla contraccezione.
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Barbie & Barbie, made in Taiwan
TAIWAN - Lo hanno voluto chiamare “Il Matrimonio di Barbie e Barbie”, la cerimonia collettiva che ieri a Taipei, capitale di Taiwan, ha visto 80 coppie lesbiche scambiarsi gli anelli di fronte a un migliaio di parenti festosi, amici e passanti curiosi. L’evento, annunciato da giorni, ha ricevuto un’ampia copertura sui mezzi d’informazione locali, ma non ha suscitato particolari reazioni da parte delle autorità dell’isola-Stato, che non riconoscono i matrimoni di persone dello stesso sesso, ma non hanno mai ostacolato il dibattito sul tema. Taiwan è considerato infatti il Paese asiatico più tollerante in assoluto verso la locale comunità LGBT, che può godere di una notevole libertà di espressione e di una relativa sicurezza, testimoniata dal grande successo del Gay Pride 2010, la coloratissima manifestazione dell’orgoglio omosessuale che ha visto oltre 30 mila taiwanesi scendere nelle piazze nell’ormai consueto carnevale di carri e musica, con la partecipazione, anche en travesti, di delegazioni gay e lesbiche da ogni parte dell’Asia. Il “matrimonio” di massa di ieri rientra in una campagna di sensibilizzazione e sprone al Parlamento perché riapra la discussione su un disegno di legge presentato dal Governo nel 2003, che autorizzava la legalizzazione delle coppie dello stesso sesso, arrivando fino a concedere il diritto di adozione alle copie omosessuali. Nonostante le speranze suscitate allora nella comunità LGBT, i tempi non erano evidentemente ancora maturi e il progetto venne accantonato. Ma la recente liberalizzazione dei matrimoni gay a New York e in alcuni Stati degli USA (da sempre faro politico e di tendenze sociali della Cina Nazionalista) ha rilanciato la questione. Secondo l’ultimo sondaggio disponibile sul tema, eseguito però ormai qualche anno fa (2008), la grande maggioranza della popolazione non sembra ancora pronta per questa radicale riforma legislativa: solo il 17,5% dei taiwanesi, infatti, considera l’omosessualità “Per nulla sbagliata”. Percentuale bassa, ma pur sempre all’avanguardia se paragonata a quelle raggiunte in Giappone (5,5%) e nelle Filippine (4,4%).
sabato 20 agosto 2011
Scrivi di prostituzione? Ti sequestro
INDONESIA - Scrivere di prostituzione in Indonesia a volte può comportare dei rischi. È capitato a una giovane giornalista del “Jurnal Bogor”, quotidiano locale di Bogor, Java Occidentale. La donna, che lavora anche nell’ufficio marketing del piccolo giornale, ha fatto le spese della rabbia del proprietario di un albergo citato in un’inchiesta del giornale dal titolo “La prostituzione continua nonostante il Ramadan”, nella quale si dava conto di una serie di raid della Polizia in hotel cittadini, dove abitualmente esercitano la professione alcune lavoratrici del sesso. L’albergatore ha fatto irruzione negli uffici del quotidiano e ha chiesto alla giornalista, Eka Rahmawati, 23 anni, di seguirlo fuori dall’edificio per chiederle conto della pubblicazione del nome dell’hotel e della vicenda in cui era rimasto coinvolto. In strada la giovane sarebbe stata costretta a entrare nell’auto dell’imprenditore che l’avrebbe poi portata all’albergo dove l’avrebbe sottoposta a un’ora di urla, minacce e accuse (l'articolo di giornale avrebbe fatto "perdere clienti" all'albergo...), prima di rilasciarla. La giornalista ha presentato denuncia alla Polizia per sequestro di persona e violazione della Legge sulla Stampa.
Bella presenza cercasi
INDONESIA - Con l’avanzare del capitalismo in salsa occidentale nei più remoti angoli dell’Asia, anche i riti commerciali e i modelli pubblicitari “moderni” hanno avuto un’impressionate e rapidissima diffusione. Tutti gli shopping center del Continente, sorti come funghi e divenuti i nuovi centri di aggregazione della piccola e media borghesia (ma non solo), hanno i loro settori espositivi comuni dove vengono organizzati show musicali, vendite promozionali speciali e dimostrazioni al pubblico. Inevitabile, dunque anche l’affermazione del fenomeno delle ragazze-immagine e delle standiste o, come vengono chiamate da queste parti, “Sales promotion girls”, meglio conosciute con l’acronimo SPG. Come le loro colleghe occidentali, le SPG asiatiche vengono assunte dalle società o dalle agenzie pubblicitarie per “accompagnare” e, sempre più spesso, illustrare le caratteristiche dei prodotti al pubblico. In gran parte studentesse in cerca di un lavoro part-time per pagarsi i corsi o qualche spesa voluttuaria, le SPG asiatiche vengono arruolate in base alla bella presenza e alla capacità di socializzare e interessare i potenziali compratori. Sorrisi smaglianti, dunque, e parlantina sciolta, oltre a un fisico attraente. In Indonesia, come in altri Paesi asiatici, dove i canoni della bellezza femminile - anche quelli - stanno evolvendo verso modelli sempre più occidentali (pelle bianca, occhi grandi e colore dei capelli non necessariamente naturale), le ragazze vengono selezionate dalle agenzie secondo criteri conseguenti. Secondo il quotidiano Jakarta Post, che ha condotto un’inchiesta in materia, esistono due categorie di SPG, basate soprattutto sull’altezza: una fascia A (ragazze dai 165 centimetri in su e magre, pelle senza segni, capelli lunghi) e una fascia B (ragazze con altezza minima di 160 centimetri, dal viso gradevole). Le standiste del primo livello vengono abitualmente preferite dalle grandi società, che possono pagare meglio, e vengono utilizzate per promuovere automobili, sigarette e altri prodotti “maschili”. Le seconde trovano più facilmente contratti per presentare cosmetici e articoli casalinghi. Le hostess - età compresa tra i 18 e i 26 anni - lavorano in turni di 8 ore e guadagnano una paga base sulle 400 mila rupie (33 euro) per la fascia A, e 300 mila rupie (25 euro) per la B. Le agenzie più solide chiedono alle ragazze di seguire brevi corsi sui prodotti che dovranno pubblicizzare, istruendole sul target desiderato, il tipo di clientela alla quale le aziende intendono rivolgersi. Come in Occidente, il mondo delle standiste e delle hostess non è sempre così professionale e anche in Asia il confine tra ruolo di ragazza-immagine e altre attività può diventare più sfumato a seconda del livello e delle richieste delle agenzie. La materia prima non manca, in Paesi come l’Indonesia dove la disoccupazione giovanile e tra le donne è ancora altissima, la competizione per questo tipo di lavori è fortissima, con migliaia di domande presentate ogni giorno da ragazze spesso condizionate dai modelli televisivi ormai totalmente occidentalizzati, che vedono in un impiego da SPG una piccola ribalta per uscire dall’anonimato.
LGBT: Pericolo di Morte
| L'insegna di un gay club di Manila |
FILIPPINE - Vivere e proclamare la propria identità e diversità, anche in campo sessuale, in Occidente comporta ancora dei prezzi da pagare, comprese minacce e violenze e in alcuni casi - eclatanti perché per fortuna non troppo frequenti - anche il rischio di perdere la vita. In Asia, dove l’identità di genere è spesso più sfumata e dove vige una più ampia tolleranza di fatto se non di diritto, i comportamenti violenti verso i diversi, spesso con motivazioni pseudo-religiose, possono essere molto più letali. Ne sa qualcosa la folta comunità LGBT delle Filippine, pur generalmente accettata dal resto della popolazione anche grazie alla tradizione comprensione verso i Bakla, i femminielli del cosiddetto terzo genere. Hate Crime Watch, un’organizzazione che fa monitoraggio sui crimini contro gay, lesbiche e transgender, ha recentemente pubblicato un rapporto sugli omicidi di persone LGBT nel Paese del SudEst asiatico. Secondo le statistiche dello studio, la cattolicissima Grande Manila (la regione che comprende la Capitale propriamente detta e i distretti di Quezon e Luzon) e l’isola meridionale di Mindanao, a maggioranza musulmana, sono le zone in assoluto più pericolose per lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Le aggressioni con esito mortale sono state 103 dal 1996. Non moltissime, all’apparenza, ma con una decisa impennata negli ultimi anni: mentre nel 2010 gli omicidi di LGBT, confermati, sono stati 29, nei soli primi sei mesi di quest’anno ne sono già stati registrati 28. Particolarmente efferate le modalità esecuzione, generalmente a colpi di coltello o di pistola, con torture e mutilazioni delle vittime.
venerdì 19 agosto 2011
Nozze collettive per sposi poveri
| Un coppia di neo-sposi indonesiani |
INDONESIA - Sposarsi, anche in Asia, costa. E non parliamo di sontuosi banchetti con centinaia di invitati, partecipazioni in filigrana d’oro e ricche bomboniere. Ci riferiamo alle tasse da pagare per una semplice registrazione agli uffici dello Stato Civile. Per molti indonesiani poveri, una fetta ancora molto consistente dei 238 milioni di abitanti della nazione-arcipelago, trovare le 500 mila rupie (40 euro) per legalizzare un’unione di fatto, può essere un problema insormontabile. Per questo, anche nel più grande Paese musulmano del mondo, molte coppie degli strati più bassi della società decidono di convivere sanzionando l’evento con una semplice e spiccia cerimonia religiosa, celebrata senza tanti fronzoli da un prete o da un uomo di fede del villaggio o della baraccopoli dove vivono. La nuova unione non viene riportata allo Stato Civile e spesso neppure registrata presso il Ministero degli Affari Religiosi (lo Stato indonesiano, che riconosce solo cinque religioni ufficiali, vieta i matrimoni misti e permette di sposarsi solo a un uomo e a una donna della stessa Fede). Queste coppie di fatto (kumpul kebo, letteralmente "mandrie di bufali") non sono dunque riconosciute e per la Legge non esistono, con tutte le conseguenze del caso per l’eventuale prole, che non ha diritto a un certificato di nascita e ad accedere alla scuola pubblica e all’assistenza dello Stato. Per tentare di contrastare il fenomeno, alcune ONG religiose, musulmane, buddhiste e cristiane, sono impegnate da alcuni anni nella periodica ricerca di donazioni per pagare le spese alle coppie più bisognose, organizzando con i fondi raccolti matrimoni e registrazioni collettive. È quanto è avvenuto il 19 agosto di quest'anno, per la prima volta, anche a Jakarta, la capitale, dove risiedono (legalmente o meno) 9 milioni di persone, molte delle quali abitano negli sterminati quartieri-dormitorio della città. Ben 4.541 coppie, di varia osservanza religiosa, hanno partecipato alla mega-cerimonia, regolarizzando unioni che in molti casi duravano da anni. Gli organizzatori dell’evento, tra i quali l’associazione cristiana Pondok Kasih (Casa dell'Amore), non nascondono di fare leva sugli aspetti pratici della regolarizzazione per indurre sempre più coppie di fatto a sposarsi, e sostengono gli effetti positivi del matrimonio anche nella lotta ad alcune piaghe della società indonesiana, come i frequenti casi di abbandono del coniuge più debole (inevitabilmente la donna) e dei figli, o la violenza domestica, ancora molto diffusa nel Paese. Fenomeni endemici che l’istituzione del matrimonio, con le sue responsabilità e impegni legali, dovrebbe aiutare a contenere.
I figli prima, il matrimonio poi
FILIPPINE - Nuove ragioni di preoccupazione per il Papa, dalle amate Filippine, unica roccaforte cattolica nel cuore dell’Asia buddista e musulmana: l’istituzione, il sacramento, del matrimonio attrae sempre meno coppie eterosessuali. Lo conferma l’Ufficio Nazionale di Statistica di Manila, che ha rilasciato in questi giorni le sue analisi del Censimento 2008, l’ultimo tenuto nel Paese del SudEst asiatico. Il numero delle famiglie di fatto, le coppie cioè che decidono di convivere senza sposarsi, è in crescita, e desta una certa impressione la percentuale dei nuovi filippini nati fuori dal matrimonio: oltre 37 bambini su 100 - sui 1.78 milioni partoriti nell’anno della rilevazione - erano figli di madri non coniugate, il 12,5% in più dell’anno precedente. Cifre su cui meditare per la potentissima Chiesa Cattolica, che anche in questo campo sembra perdere progressivamente contatto con la realtà di una società civile che sta cambiando i propri valori e modelli di vita. “Molte coppie decidono semplicemente di mettersi insieme e convivere, e pensano a sposarsi solo dopo avere fatto 4 o 5 figli” ha dichiarato all’agenzia AFP la signora Nene Baligad, responsabile della sezione matrimoni dell’Ufficio Statistiche. “Non si può dire che lo facciano per ragioni pratiche, perché oggigiorno ci si può sposare anche senza spendere cifre folli”. Otto filippini su 10 si dichiarano fedeli cattolici e, dopo il recente referendum che ha approvato l’introduzione del divorzio a Malta, il Paese asiatico è rimasto uno dei due soli Stati al mondo dove la fine legale del matrimonio non è permessa (l’altro è il Vaticano...). Ci si sposa di meno, forse, anche perché non si può divorziare?
La Cina è adulta?
| Un matrimonio al Venetian di Macao |
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